Egregio direttore,
oggi l’Italia è il paese d’Europa con la maggiore ‘flessibilità’ del lavoro, il paese dove i lavoratori hanno meno tutele, dove il salario medio di un operaio metalmeccanico con 32 anni di anzianità può non superare i 1.200 Euro al mese (se non c’è la cassa integrazione), dove un giovane è costretto a lavorare con contratti trimestrali a 400 Euro al mese, dove si muore sul lavoro per una paga oraria di 3,90 euro senza contributi, dove si va a lavorare malati pur di conservare il posto, dove la distanza tra lo stipendio di un manager e quello di un dipendente è in media di 400 volte ma può arrivare in alcuni casi a mille, dove i padroni possono licenziare liberamente, dove la statistica degli incidenti sul lavoro è un bollettino di guerra che registra 4 morti al giorno. Si è calcolato che la ricchezza di tutte le famiglie del mondo ammonta a 150.000 miliardi di dollari: ebbene, le famiglie italiane possiedono il 6% di questa ricchezza, benché l’Italia rappresenti solo l’1% della popolazione del pianeta ed il suo PIL sia il 3,4% di quello mondiale. È quindi giusto definire l’Italia un paese ricco abitato da poveri.
Per quanto riguarda i giovani, la disoccupazione che caratterizza la loro condizione sociale sfonderà tra poco la quota del 50%, mentre la stragrande maggioranza dei giovani lavoratori è assunta a tempo determinato, in base a contratti precari, con salari sempre più bassi e tutele inesistenti. I vincoli europei del ‘Patto di stabilità’ con il blocco delle assunzioni nel settore pubblico e l’aumento dell’età pensionabile, che ha rallentato il ricambio generazionale, hanno contribuito ulteriormente alla diminuzione dei posti di lavoro. Una norma-capestro imposta dalla UE, il cosiddetto ‘Fiscal compact’, obbliga il nostro paese al pareggio di bilancio ed alla riduzione forzata del debito pubblico da conseguire con tagli di 45 miliardi di euro l’anno per venti anni, a partire dall’anno in corso. Ogni misura governativa o legislativa degli ultimi due decenni si è risolta in un peggioramento progressivo delle condizioni dei lavoratori in generale e delle nuove generazioni di lavoratori in particolare. Basti pensare ai danni prodotti dalla legge Fornero e dal ‘Jobs act’. Con le modifiche al sistema pensionistico, recentemente dichiarate incostituzionali dalla Consulta, in futuro le pensioni medie si aggireranno attorno ai 600 euro e precari e lavoratori in nero potranno aspirare, al massimo, alla pensione sociale di 460 euro. Inoltre, masse sempre maggiori di giovani sono espulse dal sistema dell’istruzione. Basti pensare alla diminuzione secca di 50.000 studenti universitari tra il 2012 ed il 2013.
Perciò, a fronte di questo tragico bilancio della guerra di classe condotta dalla borghesia a difesa dei propri privilegi e all’insegna di una politica spietata di rapina del popolo, non ci si può stupire che l’enorme blocco sociale dei poveri e dei disoccupati, che sta crescendo di giorno in giorno, chieda il conto. Milano ha visto scendere in piazza quasi quarantamila persone, in larghissima parte giovani e lavoratori dei settori a rischio, che hanno manifestato contro l’Expo, ossia non solo contro una rappresentazione propagandistica degli interessi del capitalismo nel campo dell’alimentazione e contro una vetrina per le imprese multinazionali, il cui allestimento ha devastato un intero territorio e dilapidato le risorse pubbliche, ma anche e soprattutto contro l’“esperimento” politico del lavoro gratuito e del divieto di sciopero per la durata dell’“evento”. È ridicolo che la canea reazionaria abbai indistintamente, come è suo solito e come è prepotentemente dettato dalla sua natura belluina, contro questa manifestazione, prendendo a pretesto e isolando dal contesto le azioni di una frangia anarcoide incapace di distinguere tra i SUV e le utilitarie, così come tra i negozi di lusso e i piccoli esercizi commerciali. In verità, per chi conosce la realtà economica, sociale e politica, che le cifre testé riportate documentano in modo inconfutabile, e cerca di ragionare su di essa, se qualcosa vi è per cui valga la pena di stupirsi è il fatto che la mobilitazione di massa contro lo sfruttamento e l’oppressione esercitati dal grande capitale monopolistico sia ancora così limitata e così acefala.
Eros Barone
Pubblicato da Il Lettore di VareseNews